Canto III Purgatorio

31.10.2015 11:01

CANTO III PURGATORIO
Il canto inizia con un riferimento a quello precedente (“subitanea fuga”), che si era chiuso con un anima di nome Casella che aveva intonato un canto bellissimo e dunque, le anime che si trovavano lì vicino, si fermarono a ascoltare il canto. L’interruzione di ciò che si deve fare fece arrabbiare Dio e Catone che dunque le rimproverò disperdendole rapidamente.
V 7 “se stesso rimorso” Dante pensa che sia un rimorso di coscienza dovuto al rimprovero di Catone, anche se quest’ultimo aveva rimproverato le anime che si erano fermate e non loro due.
V10 “piedi suoi” di Virgilio
V 10 “lasciare la fretta” Virgilio rallenta il passo. Qui dice che la fretta “toglie dignità a ogni atto” infatti la fretta, da un punto di vista metaforico, è indice di maleducazione e scarso decoro, principio ribadito nella società e nella letteratura cortese di inizio ‘200.
V12 “ristretta” focalizzata su un unico pensiero
V17-18 Dante vede la sua ombra proiettata davanti a se.
V21 Dante vede proiettata sulla montagna solo un’ombra, la sua. Non vede quella di Virgilio e così si spaventa pensando di essere stato abbandonato dalla sua guida, subito però Virgilio lo rassicura dicendo che la propria ombra non esiste, essendo un anima infatti Virgilio lascia passare i raggi del sole attraverso di se.
V27 Virgilio è morto a Brindisi ma poi è stato sepolto a Napoli, come secondo la sua volontà.
V33 la virtù divina (Dio) non vuole che gli uomini capiscano il perché di alcune cose, si devono infatti accontentare di sapere che queste esistono.
V38-39 se la ragione dell’uomo è sempre stata idonea e capace a comprendere autonomamente il perché delle cose, non sarebbe stato necessaria la nascita di Cristo che con la sua predicazione e rivelazioni ci spiegasse il significato delle verità.
V40-42 parla delle anime presenti nel Limbo. Ricordiamo infatti che Cristo dopo la morte risorse e scese nel Limbo a “tirare fuori” le anime non cristiane poiché nate prima del cristianesimo.
V48 la salita è troppo ripida.
V49 -51 con una delle sue solite similitudini, cerca di rendere l’idea della ripidità della montagna paragonandola alle coste liguri vicino a Lerici, dice che queste ultime in confronto alla montagna che sta scalando erano una scala larga e agevole.
V60 le anime che vede Dante pare che non si muovano da quanto camminano lente.
V66 “ferma” qui ha il significato di “rafforzare”
V68-69 anche se Dante e Virgilio avevano camminato per mille passi, il gruppo di anime era ancora lontano quanto il lancio di un sasso.
V 73 Virgilio inizia a parlare a queste anime con una “captatio benevolentiae”. Li chiama infatti “spiriti ben finiti” e “spiriti eletti”. Ricordiamo che all’inferno le anime erano “spiriti mal creati”  e in paradiso saranno “spiriti ben creati”.
V 76-78 Virgilio chiede alle anime dove la montagna è meno ripida, così che sia possibile scalarla, perché perdere tempo spiace di più a chi è saggio e conosce dunque il valore del tempo.
V79-84 Dante con una similitudine paragona il gruppo di anime a una mandria di pecore.
V87 mandria pudica nell’aspetto e decorosa nel movimento.
V88-89 le anime vedono l’ombra di Dante proiettata sulla montagna.
V100 “gente degna” sono il gruppo di anime.
V103-105 una anime chiede a Dante se mai la avesse vista in vita sulla terra.
V106-108 l’anima pareva a Dante bionda, nobile, bella e aveva uno dei due sopraccigli divisi da una ferita di spada.
V 109-111 Dante afferma timidamente di non riconoscerla, essa dunque gli mostrò il petto sul quale era presente uno stemma. L’anima era Manfredi.
Manfredi era il nipote di Federico II. Dopo la morte di Federico II per l’acquisizione del regno ci fu una lotta fratricida tra Corrado, Corradino e Manfredi e poi successivamente il papa Innocenzo IV che giunse a scomunicare Manfredi (nel purgatorio ci stanno anche gli scomunicati) che poi trovò la morte in una battaglia contro Carlo D’Angio. Manfredi era figlio illegittimo di Federico II mentre Corrado e Corradino erano “veri”, questi vantavano infatti questa superiorità nei confronti del fratello per l’acquisizione del regno del padre.
Nel purgatorio tuttavia giungono solo gli scomunicati che in vita, prima della morte, erano riusciti a pentirsi. Coloro che non sono stati in grado di farlo sono messi nello sprofondo: nell’inferno. Gli scomunicati devono stare nel purgatorio 30 volte quanto sono state sulla terra, mentre le altre anime ci devono stare solo per un periodo uguale alla vita spesa in terra.
V113 Costanza D’Altavilla era l’unica figlia di Ruggero di Altavilla, con questa si conclude la dinastia dei normanni in Italia. Si sposò con  Enrico VI e fu la madre di Federico II.
V131 il “verde” è l’odierno Garigliano, vicino a Napoli.
V132 per gli scomunicati e gli eretici si usava fare una processione a candele spente. Significa che nel defunto si è spento il lume divino e della ragione.
V133-135 la scomunica non implica la dannazione eterna,  Dante qui sta polemizzando contro gli uomini di chiesa che spesso fanno uso della scomunica per fini politici.
V142-145 Manfredi chiede a Dante di riferire a sua figlia di averlo visto nel purgatorio. Secondo la tradizione infatti la permanenza nel purgatorio degli scomunicati che si erano pentiti in vita poteva essere diminuita e abbreviata con le preghiere dei parenti ancora in vita sulla terra.