Publio Terenzio Afro

04.03.2015 18:15

E' uno dei pochi scrittori latini di cui abbiamo una biografia, che fu scritta dallo storico Svetonio ("Le vite dei 12 Cesari", scritto nel II secolo d.C.) e tramandata dal grammatico Elio Donato (IV secolo). 

Nella biografia si dice che fosse nato a Cartagine. Sulla data di nascita però c'è una discussione: nella biografia si dice che sia il 185 a.C., ma sembra creato appositamente per avere la congiunzione con Plauto che muore nel 184. Gli storici pensano quindi che la vera nascita sia da porre qualche anno prima, tra il 195 e il 190. Sicura è invece la data della morte, nel 159, quando, allontanatosi da Roma per andare in Grecia, morì (a causa di un naufragio? A causa del dolore provocato dalla perdita del forziere che conteneva alcune commedie nuove che aveva scritto?).

Venne condotto a Roma da un senatore, Terenzio Lucano (non particolarmente ricordato dalla storia), che dà il nome al poeta. Essendo dotato di cultura, dottrina e raffinatezza, a Terenzio viene data la libertà.

Sappiamo che egli frequentò nella sua giovinezza uomini particolarmente versatili nella cultura e interessati in particolar modo alla cultura greca. Quelli del circolo degli Scipioni (non un club, ma una raccolta di persone che avevano gusti coincidenti nell'arte, nella cultura ecc.), in particolare Scipione Emiliano e Gaio Elio. 

La prima differenza tra Terenzio e i suoi precendenti, in particolare Plauto, la troviamo nella funzione del prologo. In Plauto, il prologo consiste in una scena di dialogo dove si annunciano i prodomi della vicenda che sarà narrata. E' dedicato quindi alla definizione della situazione, nel contesto, della storia e addirittura all'anticipazione delle evoluzioni della vicenda. 

In Terenzio invece non viene anticipato nulla. Il prologo è solamente dedicato alla difesa da alcune accuse (confutazione delle accuse): di essere un prestanome (1), di mostrare una doppia contaminatio nelle sue opere (2) e di non usarla secondo la norma (la contaminatio)(3). 

(1) Avere a che fare con il teatro a quei tempi non era una cosa ben vista dall'aristocrazia di quel tempo. Era considerato un passatempo non dignitoso, di cui si occupavano le persone di basso rango. Così, se un personaggio eminente del mondo politico romano avesse voluto dar prova di sè nella stesura di un testo teatrale, non avrebbe mai potuto fimare con il proprio nome, così Terenzio presta il suo.

(2) La contaminatio era già in uso presso i romani. L'accusa volta a Terenzio però è quella di aver contaminato opere greche che a loro volta erano già state contaminate da altri autori romani.

(3) Terenzio infatti unisce parti che appartengono a commedie diverse in una stessa scena.

Delle opere che ha scritto ci rimangono soltanto 6 commedie, che hanno tutti i rispettivi prologhi originali (le prime versioni) tranne l'Ecira (= la suocera). Questa commedia venne messa in scena ben 3 volte. La prima rappresentazione fu un fiasco completo (la gente va al circo), la seconda fu meglio (il pubblico resta per il primo atto, poi si diffonde la voce che c'è uno spettacolo di mimi e così se ne va), la terza, a distanza di 2 o 3 anni, finalmente riscuote successo (il pubblico resta fino alla fine). 

Terenzio frequentava un circolo caratterizzato dall'attenzione, dall'apertura degli orizzonti verso la cultura greca che tende a fare una riflessione più acuta e profonda su quello che è la dimensione interiore dell'uomo. Caratterizzata da maggiore interesse per la sfera del sentimento, della sensibilità dell'uomo e anche della donna. Da un concetto di maggiore solidarietà tra gli uomini, un'apertura ad accogliere l'uomo come individuo che ha da spartire molto con i suoi compagni (= filantropia, amore per l'uomo come creatura che nell'universo è la più speciale). Questa filantropia arriverà a Roma e si configurerà nell'humanitas, la cui prima traccia si trova nelle opere di Terenzio.

Ora possiamo spiegare la difficoltà che ebbe il suo teatro nell'affermarsi. Era un teatro:

- più sofisticato

- più raffinato nella rappresentazione dei tipi umani 

- che gradualmente si allontana da quella che era la comicità tipicamente romana (battutaccia, trovata geniale, contrapposizione)

- più colto 

- che non ha più quel senso del saturnalia carnevalesco, del rovesciare il mondo portandolo all'opposto di quello che è

- che guarda al mondo e alla realtà, riconoscendo in essa alcuni tratti che potrebbero essere modificati, che potrebbero trovare un miglioramento. Per esempio nell'Adelfoe, due fratelli vengono allevati in maniera diversa: uno dal vero padre, secondo i principi e canoni romani (abituato a vivere in campagna, a lavorare della terra, ad un'educazione rigida), l'altro dal fratello del padre, in città (educazione maggiormente umana, che tiene conto delle inclinazioni del giovane). Il vero padre e lo zio si troveranno a fronteggiarsi con questi due ideali e valori differenti. Mettere in scena questo tema è un cosa nuova!! Chi prima avrebbe mai potuto mettere il becco nell'educazione romana?

- che non si rivolge ad un pubblico qualsiasi, ma bensì uno selezionato, eletto, dotto, che ha voglia di riflettere e meditare su alcuni aspetti della società del tempo e aperto all'idea che qualcosa possa venire cambiato

 

"Giochiamo con un mondo a rovescio", chiave del teatro plautino. "Prendiamo degli elementi del reale, combiniamoli insieme, mettiamo in questo reale che abbiamo ricreato un personaggio e vediamo che cosa ne esce", fulcro del teatro di Terenzio. La gente si abitua a questo teatro, perchè si riconosce nei personaggi. Ci sono delle pieghe dell'animo e del carattere dei personaggi che sono quelle di ciascun individuo. Classico esempio di ciò è contenuto nell'Ecira: il giovane che è intralciato nel suo amore e che improvvisamente si trova di fronte una suocera che decide di andarsene a stare lontano per non trovarsi in mezzo all'amore del figlio con la nuora, allora si fa da parte. Tipo nuovo di suocera, non brontolona, vecchia, avara, curiosa. Oppure l'immagine della meretrice, donna di facili costumi, che riesce a farsi da parte perchè il giovane possa ritrovare appieno la relazione con la moglie. Una sorta di sperimentazione umana senza più il gusto dell'assurdo. 

All'inizio le opere di Terenzio non ebbero tanto successo perchè erano "statarie" e non "motorie". Non vi erano infiniti intrecci roccamboleschi come nelle commedie di Plauto, ma più riflessioni sul personaggio.

Dal punto di vista linguistico Terenzio non apporta innovazioni come Plauto. Utilizza una lingua piana, semplice, di medio livello, ma assolutamente chiara e quindi più raffinata di quella di Plauto. Ricordiamoci che il pubblico è colto, di una Roma che comincia ad apprezzare anche la cultura, che sta cambiando. Non è un teatro rivoluzionario, semplicemente propone soluzioni diverse da quelle comuni (es. educazioni dei figli: Terenzio non vuole proporre ex novo qualcosa, ma cerca di condurre lo spettatore a riflettere, a non accettare pedissequamente quello che la società gli presenta, soprattutto se quel qualcosa si riverbera da tanti tanti secoli. Lo spettatore deve cercare di verificare quanto l'umanità sia modificata e richiedere qualcosa di nuovo)

Una differenza molto importante con i suoi precedenti è il reinserimento della quarta parete. Terenzio fa vedere chiaramente che questo è teatro e così nessuno dialoga con il pubblico, non esiste il metateatro. 

Humanitas: concetto viene fatto cominciare da una frase famosa di Terenzio nella commedia Heautontimorumenos homo sum, humani nihil a me alienum puto. Sono un uomo e non ritengo estraneo a me tutto ciò che è umano.

Questo ci aiuta a capire bene che cosa sta accadendo a Roma in questo periodo. Terenzio era molto vicino ai circoli degli Scipioni, che si adoperavano perchè qualcosa della cultura greca approdasse a Roma. Questo apporto consiste in particolar modo nell'attenzione per l'uomo, un essere animato diverso dagli altri esseri animati (animali). E' significativo che si dica Homo e non Vir. Vir è l'uomo un po' idealizzato, nella sua dimensione pubblica, caratterizzato da integrità, onestà, coraggio. Ha la stessa radice di vis (forza) e virtus. Manifesta pubblicamente le sue doti. Qui parliamo invece di un uomo che è visto nella sua dimensione privata, dotato di ragione e di sensibilità raffinata, che viene colto però anche nel suo essere con dei limiti, che ha dei difetti. Quindi compreso a 360 gradi in tutta la sua configurazione di pregi, qualità (individuali, singolari) e difetti. In grecia questo era chiamato filantropia (filos= amore e antropos, amore per l'uomo). Anche qui il greco utilizza antropos che è la traduzione di homo e non la traduzione di vir.

Il teatro di Terenzio sembra corrispondere proprio a quest'ideale, uno sguardo sull'uomo che ha la capacità di esprimere se stesso nella vita e nelle scelte che prende quotidianamente. Il suo teatro non deve sorprendere ma deve attrarre lo spettatore perchè lui possa immedesimarsi nelle vicende e nelle situazioni in cui i personaggi si trovano.

Non ci sono figure eccezionali di servi che conducono la regia della vicenda e non c’è neppure la rottura della quarta parete. Il teatro rimane là chiuso sul palcoscenico, è l’immagine di una realtà che potrebbe essere, ma che è tutta lì nel teatro. Il personaggio può rimandare alla realtà quotidiana del vissuto degli spettatori e quindi può parlare agli spettatori. Ma è mantenuta molto chiara la linea di distinzione tra il mondo reale e quello fittizio.

Una commedia che cerca di mettere in evidenza all’interno di personaggi usuali (non ce ne sono di nuovi, lenone, donna di facili costumi, schiavi, giovani innamorati, persone anziane con vizi...) ma che non seguono gli stereotipi. Vengono rappresentati in situazioni che sono di volta in volta per certi particolari diversi e che reagiscono in maniera diversa.

Adelphoe, figli educati secondo procedure diverse. Tema molto caro a Terenzio che sviluppa in 3 delle sue commedie, tema molto sentito soprattutto da coloro che guardavano la Grecia come modello.

Humanitas fa cogliere che i personaggi hanno una sensibilità che presenta un’infinità di pieghe e aspetti individuali. Ognuno vive le situazioni in modi diversi. Mondo che si arricchisce enormemente allora anche la relazione umana diventa più facile.

Non stupisce con la battuta o con il linguaggio, le parole con doppi sensi, trovate per contrapposizioni. Lo spettatore non è più attirato da questo. I personaggi sono aumentati, non a caso, diventano 14. Gamma di umanità molto più variegata. Poi viene introdotta una tecnica frequentissima del dialogo tra 2 personaggi o il monologo perché è proprio lì che viene fuori il vissuto interiore, si disvela l’animo di un uomo e la sua particolarissima sensibilità. Si percepisce il contrasto tra 2 modi di sentire. Si gioisce del fatto che nel mondo esistano infiniti uomini e infiniti uomini. Roma si apre tardivamente a queste cose (ii secolo a.c. mentre i greci da molto prima).

Nella storia romana nei primi secoli non c’è quasi mai un personaggio che si pone al di sopra degli altri, che impone la propria individualità. E’ la storia del popolo romano, il motore, massa che si muove secondo i principi. Non c’è bisogno di avere l’eroe. Da questo momento in poi invece è storia di singole individualità (Gracchi, Silla, Pompeo, Cesare…).

Caratteristico di Terenzio di raddoppiare i personaggi e complicare l’intreccio. Rispetto al modello di Menandro aggiunge una seconda vicenda nella vicenda. Stataria è la commedia in cui non si segue tanto l’idea di intreccio astruso, complicato con colpi di scena. Ma intreccio che si basa su scelte che vengono attuate dai personaggi.

Ecira: il personaggio della suocera non è nuovo nel teatro ma di solito corrispondeva a un certo clichè: donna vecchia, brontolona, che ha un figlio maschio che adora e proprio perché ama questo figlio è contrario a qualsiasi donna che si avvicini. L’idea della suocera contro la nuora. Nell’Ecira invece questa suocera rinnega il clichè. La novità c’è ma non è d’intreccio, ha la sua sede nella risposta della sensibilità del personaggio.

Dialogo tra Sostrata e Lachete. Pag.184

Sostrata è la suocera e Lachete è il marito, che la rimprovera di essere stata la causa dell’allontanamento della moglie del figlio, Filumena. Il figlio è Panfilo. Filumena ha lasciato la casa per tornare dalla madre. Classica scena di rimprovero del marito (che ha massimo potere sulla moglie) e le imputa di essere stata contraria e avversa alla nuora. Abbiamo il clichè ma poi ci usciremo! Perché la suocera addirittura proporrà di allontanarsi lei stessa da casa per lasciare libero campo alla nuora e quindi renderla serena e libera in casa sua di amare come vuole il suo giovane marito senza sentire il peso della presenza e del commento critico di una suocera. Rovesciamento, ribaltamento che doveva suscitare meraviglia.

Itaque… = dunque a tal punto tutte le suocere odiano le nuore allo stesso modo. Lo spettatore pensa di trovarsi davanti al solito clichè.

Me miseram… = me misera!! Non so ora per quale ragione io sia accusata

Tu nescis? = Ah tu non lo sai?

Di mala…= gli dei non promettano il male

Tum autem…= ma tu fai in modo che i congiunti, gli affini (quelli che stringono un rapporto di parentela ma non hanno un legame di sangue) diventino per noi dei nemici da amici che erano. Loro che avevano considerato persone degne, a cui affidare i loro figli (in realtà poi è solo una figlia)

Quoi = a cui

Tu sola…= tu sola te ne sei venuta fuori a portare scompiglio in tutto questo con la tua impudenza

Tu inquam…= tu, dico io, donna, che mi ritieni in tutto e per tutto una pietra e non un uomo. Ecco che lì comincia a dire che sta in campagna, lavora per loro.